Domenica delle Palme 16 Marzo 2008
Oggi festeggiamo l'entrata
messianica di Gesù a Gerusalemme; in ricordo del suo trionfo,
benediciamo le palme e leggiamo il racconto
della sua
passione e della sua morte. È il profeta Isaia con il suo terzo
cantico sul servo sofferente di Iahvè che ci prepara ad
ascoltare
questo passo del Vangelo.
La sofferenza fa parte della missione del servo. Essa fa anche parte
della nostra missione di cristiani. Non può esistere un
servo
coerente di Gesù se non con il suo fardello, come ci ricorda il
salmo di oggi.
Ma nella sofferenza risiede la vittoria. "Egli spogliò se
stesso, assumendo la condizione di servo, umiliò se stesso,
facendosi obbediente
fino alla morte, e alla
morte di croce". E, come il suono trionfale di una fanfara, risuonano
le parole che richiamano l'antico inno cristiano
sulla kenosi citato da san Paolo:
"Per questo Dio l'ha esaltato al di sopra di tutto". L'intera gloria
del servo di Iahvè è nello spogliarsi
completamente, nell'abbassarsi,
nel servire come uno schiavo, fino alla morte. La parola essenziale
è: "Per questo". L'elevazione divina
di Cristo è nel suo
abbassarsi, nel suo servire, nella sua solidarietà con noi, in
particolare con i più deboli e i più provati.
Poiché la divinità è l'amore. E l'amore si
è manifestato con più forza proprio sulla croce, sulla
croce dalla quale è scaturito il grido di
fiducia
filiale nel Padre.
"Dopo queste parole egli rese lo spirito", e noi ci inginocchiamo -
secondo la liturgia della messa - e ci immergiamo nella preghiera
o
nella meditazione. Questo
istante di silenzio totale è essenziale, indispensabile a
ciascuno di noi.
Che cosa dirò al
Crocifisso? A me stesso? Al Padre?
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